Le senti le cicale? Grattano la gola contro il ramo, poi si spengono. Così d’improvviso, ripartono, grattano ancora più forte. E si fermano.
L’estate è tutta un ritmo altalenante: fai la spola tra il mare e il caldo della città, tra la pioggia fresca e l’afa appiccicosa, il vento profumato dai tigli e l’odore nauseabondo della spazzatura che devi buttare tutti i giorni. Non la puoi lasciare lì, a riposare sui balconi, la devi prendere, lanciare libera nel cassonetto. Poi chiudere in fretta, come se non volessi essere rapita dal mostro puzzolente.
Lo stesso slancio del tuffo in piscina, libero. Tre secondi di aria e poi via dentro l’acqua. Un rumore sordo, un mattone cristallino da tirarti addosso. E quella piacevole sensazione di liberazione del corpo molle che si libera della carne, come quasi fosse la tua anima sola a sguazzare nelle acque al cloro.
L’esate è una chimica, una formula che non puoi studiare, i suoi elementi non stanno nella tabella a quadrati colorati. C’è comunque una costante, come in tutte le formule, una x che si ripete che torna. Come quando alle superiori arrivavi alla fine dell’equazione, ma non ti veniva. E poi scoprivi che quella x era data dalla formula più banale del mondo, persa per sempre nei cassettini della membrana grigia lattiginosa del cervello.
Così rispolveri d’estate la formula del relax, del godersi le ore, del venticello che ti nutre i capelli, della sabbia che ti si infila nei piedi, dei libri che sanno di crema solare, della Liguria che sa un pò di Hawaii.
C’è una costante nell’estate, una x che torna. Proscrastinazione direbbero quelli con gli occhiali pesanti sul naso. La x è la voglia che sia già settembre.
Cimiano, fermata Cimiano.